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Essenzialismo (2012)

Le quadrature pittoriche di Giovanna Lentini, sono quanto di più affascinante si stia proponendo nelle ultime apparizioni dell’arte contemporanea, per il suo modo di presentarsi nel segno della leggerezza, della quasi evanescente colorazione, basata nell’incontro di poche tonalità, che infrangono l’omogeneità della superficie bianca, ma non la annullano mai, imponendole delle umbratilità che sono respiri dell’anima, momenti lirici di dialogo interiore.

L’essere lontana dai luoghi delle mode e delle convenienze formalistiche, le permette una possibilità di riflessione non dettata da affanni di prestazioni o forzate, per cui tutte le sue opere appaiono franche, libere da un interesse immediato e da tutto ciò che, spesso, rende superficiali e forzate tante opere che sono sul mercato. Giovanna Lentini lavora con un fecondo filtro poetico che si premette a tutta la sua opera e l’attraversa in tutte le sue trasversalità possibili e immaginabili, facendo da organo ad ogni singola opera, che viene, così, compresa nel fascio di preziosità, per cui ogni singolo evento non è mai arbitrario e gratuito, ma necessario, assimilabile ad un ordine del discorso, fatto di indicibile ed ineffabile, ma non per questo meno intrigante. Il linguaggio della pittura è fatto di enigmi e di allusioni, specie quando non obbedisce ad una metafora prescrittiva ma si articola come opera di luce, fatta di essenzialità, di sintesi, cariche di suggestione, per cui ognuno può vederci quello che vuole, a seconda del proprio umore e della propria disposizione apollinea o dionisiaca che sia.

Il sentirsi vicina alle evoluzioni dell’astrazione, genera in lei una bella forza gestuale, entro cui situa una parte di se stessa che affida all’opera, alla sua ineluttabile oggettività, in un ruolo di mediazione visibile tra il suo immaginario invisibile e noialtri osservatori.
In genere si tratta di grandi stesure dove predomina il bianco e altri colori freddi, tanto da creare una sensazione di emulsione dove prevale un elemento umorale temperato, non in preda di un eroico furore, bensì di una interpretazione meditata e analitica dell’universo dei signa; quasi una prefigurazione di senso classico, così raro in epoca post-moderna, con una attitudine a tracciare graffi, e cromatiche che rispondono ad una metrica sperimentale, ma non ossessiva, tendente all’originale, ma non ostile alla genealogia d’appartenenza.

C’è, insomma, la ricerca di un codice dell’espressione tutta individuale, che possa cogliere gli idola di una propria visione psicologica, che coinvolga le grandi e piccole cose, attraversando i desideri e le repulsioni, come sempre avviene quando si cerca di mettere ordine in se stessi.
Da questo punto di vista la tecnica dell’espressionismo e le valenze dell’attrattismo forniscono una serie di potenzialità che possono essere colte dall’interno durante la fase officinale della preparazione dell’opera, dallo stesso artista e dopo la sua conclusione, da parte nostra, a partire dalla pelle dell’opera, dalla sua visibilità, tutto questo avviene con maggiore o minore intensità iniziando dall’exitu finale e dall’impatto che esso riesce ad avere con il fantasma del mondo cui noi apparteniamo.

Francesco Gallo