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Catalogo Mostra - Giovanna Lentini 2013

Mostra personale "Elogio dell'Imperfezione" - "La complessità della semplicità" - Cantine Florio Marsala - dal 20 giugno al 4 luglio 2013

Presentazione del libro "Rione sanità. Chi si ammala è perduto" di Aldo Ferrara (immagine di copertina: opera di Giovanna Lentini) - Cantine Florio Marsala - 20 giugno 2013



"Florio apre le porte al mondo dell’arte inaugurando la mostra pittorica dell’artista marsalese Giovanna Lentini. Le storiche cantine festeggiano 180 anni di storia dando vita all’esperienza multisensoriale. Il "viaggio" in cantina diventa un’avventura originale ed inconsueta che coinvolge tutti i sensi e l’anima, offrendo una esperienza carica di fascino e suggestioni artistiche. La pluralità di emozioni vengono stimolate dall’architettura stessa del luogo, dalla sua storia ultracentenaria, dall’allestimento degli spazi con opere d’arte, che conducono alla scoperta di un mondo fatto di atmosfere magiche, di benessere sensoriale e di stile. Uno stile inconfondibile che incarna storia e avanguardia, eccellenza e unicità, sapienza e cultura”.



Gentile Giovanna Lentini, ho guardato con molto interesse i suoi “segni” in uno spazio indeterminato. Ciò mi ha dato l’impressione di una mente che sa annullarsi, che sa mettere a nudo il proprio inconscio nella volontà di cogliere il segno giusto. Questo perdersi è di un animo creativo che anela a ritrovarsi in un punto dell’azione che sia quello rivelatore.

Se vuole continuare col segno, questa è la strada giusta.

Achille Pace



Dinanzi alle Combustioni e ai Sacchi che Alberto Burri esponeva negli anni Cinquanta spesso destando scandalo per l'uso apparentemente casuale di materie povere e quotidiane, Cesare Brandi evocava la ritmica classica del fregio fidiaco delle Panatenee, individuando giustamente in quelle opere la ricerca di una partitura compositiva che aveva alle spalle la grande tradizione della pittura e della scultura. E' un approccio ormai acquisito nella lettura del Novecento: laddove si leggeva, ed era più facile, un gesto iconoclasta, il tempo ha ricucito le linee di frattura scoprendo invece una volontà formale indagata con strumenti diversi nella storia sedimentata che ci precede.

E' così anche per questi lavori di Giovanna Lentini, dove stoffe e fili imbastiscono un racconto poetico fatto di linee e tasselli di colore in apparenza vaganti come guidati dal caso, e in realtà assemblati secondo una logica che il tempo paziente dell'intervento scopre nella sua necessità. Non si tratta, naturalmente, un ordine prestabilito: anzi, è la manipolazione dei materiali di volta in volta diversa a guidare queste geometrie mobili, queste geografie congetturali. E se in alcuni casi la dimensione ludica dei collage sembra organizzare una possibile ribalta di figure e narrazioni, in altri la filigrana di segni - vettoriali, a zigzag, concentrici, a griglia - pare alludere a un repertorio di paesaggi di città, tanto fantastiche quanto stratificate nella memoria. Così, se per i riferimenti figurativi si possono citare (e sono entrambi esempi di ironica grafia poetica) tanto Calder quanto Gastone Novelli, l'allusione forse più segreta è a quel grande testo seminale del Novecento che è "Le città invisibili" di Calvino, e ad almeno una delle voci che lo scrittore consegnò idealmente al nuovo secolo nelle sue Lezioni americane: la leggerezza.

Sergio Troisi



ALLE CANTINE FLORIO, LA COMPLESSA ARTE DELLA SEMPLICITA’… “LENTINI” FINO AL 4 LUGLIO.

Cercare e trovare, lenti, il bandolo della matassa, attaccato all’ago cucitore di una semplice complessità, nel pagliaio dell’esistenza a tutti comune, non è stato difficile guidati da Lentini, sempreché non si fosse stati ostacolati da una cacofonica quanto dissonante, quanto noiosa, quanto non utile né proattiva presentazione, in linguaggio politichese, di un libro sicuramente interessantissimo, ma reso improduttivo in termini di efficacia risolutiva degli annosi problemi di quel “rione sanità”, parte costitutiva della inciviltà ospedaliera italiana. Benché, invidiata da chi italiano non è. Insomma, la solita solfa lontana dalla civiltà dell’arte.

Ebbene! Trascorso, in minutaggio, il tempo di un film della serie “la storia infinita”, si è tutti approdati, superando il lamentoso “Stige” di centinaia di profumatissime botti di rovere Florio, in un ambiente in cui la perfetta asetticità scultorea delle arcate arabo-gotiche di tufo, ben coglieva l’estrema modernità di un’espressione pittorica innovativa a cui Lentini ha tutti abituato da anni, sorprendendo continuamente. Tele materiche, stracci di inciviltà, gessati dello spirito penzolanti, ritagli di vita sdrucita e ridipinta, semplicemente attaccati ad assi di legno con essenziali puntine da disegno bianche, erano lì, sopra “spot” arricchenti di maggior spessore fisico attraverso una illuminata illuminazione architettonica di Itinera Lab. Un viaggio, nei territori della “Confusione” che è “Stato di Grazia” - da molti confuso con arte afro-esotizzante - della sofferta “Quiete” dell’Artista, ha abbagliato e spento i tentativi, attraverso reazioni razionalizzanti, di un’improbabile cosciente conoscenza da parte di spettatori, passeggiatori, pasteggiatori, di quella “Vera Bellezza” contrapposta all’aspettativa di una “Grande Bellezza” scenico-rappresentativa-estetizzante che, di materiale, non vuole avere più nulla, nemmeno i materiali di realizzazione del prodotto artistico.

L’inconscio, ma trasparente traslato, dalle pennellate alle congiunzioni cromatiche percolanti, stavolta, per mezzo di fili e tessuti espressivi del contatto/contrasto con le realtà inique e diseguali è, oggi, il percorso di Lentini artista psico-sensoriale-caratteriale-trasduttiva. Lentini non dipinge soltanto, ma parla con le sue tele un linguaggio lontano, troppo lontano in avanti per rimanere prigioniero di quattro mura; perché è un linguaggio già libero dai teoremi controllanti dell’insipienza dei “normali”, già fuori dalle gabbie del quotidiano, già visualizzante un percorso che l’Artista che sa, può dire di non sapere, di disconoscere nella indomabile prontezza del suo gesto, pittorico-esecutore-cucitore di lembi perduti di carni e pelli umane strappate - simili per format genetico alle stoffe - in questa esistenza, da un mondo che è pensiero alla fine; un mondo che ha perduto il bandolo della matassa; che ha perduto ago e filo e che non può più tentare, senza l’Amore, di ricucirsi addosso abiti mentali obsoleti frutto di quell’addomesticamento che produce inesistenza.

Lentini, Artista, esiste, ormai, lontano da qualunque “Noi” elogiante la perfezione. Nell’ineluttabile e auspicabile, annullamento del giudizio sull’eccellenza.

Sal Giampino



Un’Amica GIOVANNA LENTINI, ma soprattutto un’Artista e un’Intellettuale del segno che il Club del Libro a.s.l.b. di Bruxelles ha avuto l’onore di sostenere assieme ad altri con piccoli e grandi gesti di condivisione. Le sue opere sono immagini chiare di una IMPERFEZIONE che non è caos ma segno dei tempi che viviamo o che abbiamo sempre vissuto senza rendercene conto. Una vera Principessa di Babilonia (Voltaire) si potrebbe affermare, che ha vissuto e percorso il tempo e lo spazio della coscienza per tentare di trovare nell’Amore il senso eterno del contingente. Un viaggio, quindi, fatto di percorsi non lineari in cui ci si può perdere, ritrovarsi e nuovamente perdersi in una imperfezione che è, alla fine e malgrado tutto, costanza di tutte le vite e di tutti i fatti della storia personale di ognuno di noi.

Ha riunito su cose che non sono più tele, ma quasi bianchi pensieri frammenti di altre cose, cose già usate, consunte o abbandonate che già hanno avuto una storia, cose che non riusciamo più a comprendere tranne che per quei sottili fili di una memoria senza tempo che, d’improvviso, ricuciono altri frammenti di vite, amabili, terribili …forse un tempo felici e comunque sereni. Un’amabile partecipato distacco dalle cose mi è sembrata questa mostra ma non dalle emozioni, distacco dalle cose che ci affannano ma che alla fine diverranno frammenti esperienziali comprensibili se solo avremo amato intensamente quei momenti che rendono vera la vita, senza bilanci senza particolari aspettative sull’eterno.

Singolare, questa mostra, in una città come Marsala come singolare contrappunto ne è il luogo della mostra: le storiche Cantine Florio. Una Città divisa in clan in continua lotta per il potere che ha perso il gusto per la bellezza lasciando solo frammenti di storia spesso dissacrati. Contrappunto è invece il luogo della mostra. Un luogo tra frammenti di collezioni di botti del nettare che ha reso la Marsala famosa ed oggi Capitale e la semplice funzionalità del pavimento in tufo…eppure tutto armonicamente unito. E’, quindi, certamente un messaggio questa mostra di GIOVANNA che dovrà essere colto per evitare che i fili, i ricordi, sempre più lievi, si perdano tra cose consunte e senza senso.

Pietro Pedone



Una difficile storia umana del nostro tempo affrancata dall’arte e dall’amore.

Conosco Giovanna Lentini dai tempi del Liceo Classico, io preside, lei alunna, bella, intelligente, ammirata, studiava per passione e tanta voglia di affrancamento. E tuttavia con le sue ansie e le sue preoccupate incertezze che s’è portate addosso per tanto tempo, fino ai tormenti d’un matrimonio fallito e di alcune vicissitudini che sempre, tuttavia, le hanno trovato accanto una famiglia premurosa e protettiva.

Conseguita la maturità ha proseguito negli studi che le sono stati più cari e che, però, hanno accresciuto il suo tormentoso percorso esistenziale: la filosofia e la pedagogia con i suoi sistemi educativi. Per una crescita da vivere e da comunicare agli altri quasi per un traslato di conoscenze e di difese.

Dal ’99, infatti, si è occupata di consulenza espressiva e di arte-terapia lavorando anche nelle scuole. Dalla sua tormentata maniera di vivere una storia umana del nostro tempo l’ha affrancata prima l’arte - dipinge con un substrato culturale e sensitivo di profondo significato - e poi, fortunatamente per lei, l’amore di una brava persona che, per sue vicende variegate, ha potuto e saputo comprenderla e ancora continua a farlo.

La storia di questa donna mi intriga a raccontarne dopo che avendola affettuosamente seguita nei suoi tormenti e nei suoi risorgimenti, ho avuto la fortuna di visitare, molto attentamente, una sua mostra qui a Marsala che merita - posso garantirlo - ben più ampi orizzonti che non la Provincia, pur dopo i successi che questa pittrice ha conseguito in altre mostre anche all’estero: i tratti e i colori delle sue ultime tele a tecnica mista seguono il percorso intellettuale e spirituale, finalmente esploso anche nelle dimensioni delle opere in un empito di amore che si legge in esse e in quel che lei stessa dice di sé e, ancora, nel modo in cui parla del suo lavoro.

Inoltre ho deciso di scrivere di questa donna, di quest’artista, anche per riproporre, a beneficio di tanti giovani e di tante persone adulte spesso in crisi, il pensiero di Albert Einstein con il quale ella ha personalmente presentato la sua mostra, pensiero nello scienziato nato durante la grande crisi americana del 1928-29, il cui ricordo ben si attaglia al tempo che stiamo vivendo.

Giovanna Lentini, non senza emozione, con queste parole del grande genio di Ulm, ha presentato la sua Mostra: “Non pretendiamo che le cose cambino se continueremo a farle nello stesso modo. La crisi è la migliore cosa che possa accadere a persone e interi Paesi, perché è proprio la crisi a portare il progresso. La creatività nasce dall’ansia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che nasce l’inventiva, le scoperte … le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. Chi attribuisce le sue sconfitte e i suoi errori alla crisi, violenta il proprio talento e rispetta più i problemi che le soluzioni. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è routine … una lenta agonia. Senza crisi non ci sono meriti. È nella crisi che il meglio di ognuno di noi affiora, perché senza crisi qualsiasi vento è una brezza. Parlare di crisi è creare nuovamente, adagiarsi su essa vuol dire esaltare il conformismo. L’unica crisi minacciosa è la tragedia di non voler lottare per superarla” (Albert Einstein - Come io vedo il mondo).

Lei, quest’artista importante ed emblematica nel nostro tempo che vive e lavora nella nostra Marsala, la crisi l’ha vissuta sulla sua pelle in una storia umana che solo studio, arte, lavoro, amore hanno contribuito ad affrancare e a serenare. E l’esempio può servire a molti! La sua Mostra è, dunque, un evento nella storia di Marsala, che merita di trovar posto in queste mie storie non solo per il suo valore intrinseco che molto ha interessato i critici.

La storia umana, oltre a quella artistica, di Giovanna Lentini, ex alunna del mio amato Liceo Classico, ha valore di per sé ma anche per quanto può servire a chi vive il nostro tempo: la crisi nell’arte e nella vita, vissuta e vinta da questa donna, sia sempre e per tutti un valore da utilizzare per incrementare le forze al fine di sconfiggerla, di superarla, di far spuntare quel sole dell’esistenza che sorge sempre nella realizzazione di sé.

G.Aldo Ruggieri



IL GOMITOLO DI AZIZ

Quando un'artista crea un'opera cerca dentro di sé il filo del gomitolo, lo srotola, lo usa, lo cuce, gli dà un'anima.

Quale anima? La sua? Forse, ma cerca le identità con le altre anime, con le altre identità elettive ed affini.

E' un sottile gioco di composizione e ricomposizione dei propri segmenti. Una ricerca di quello giusto che si combini con gli altri. E lo offre in sacrifico personale a chi lo sappia agganciare e rendere affine. E' un gioco plasmatico, dinamico della ricerca impossibile dell'affinità. Un gioco anche erotico che ecciti l'interlocutore , ne titilli le vie nascoste dell'anima che passano anche per le vibrazioni del proprio corpo. Un esercizio di ricerca come anche nell'eros si tentano strade nuove di eccitamento che non siano sempre quelle ripetitive che sarebbero statiche. La differenza tra dinamismo e staticità sta proprio qui: dinamismo è ricerca del nuovo, staticità è l'averlo trovato. Perfezione ed imperfezione si slanciano in un rimpiattino perdente per la prima, assoluta e talmente fidiaca da essere improbabile e statica. Mentre l'imperfetto rende, anche nella lingua italiana, un divenire plastico che non stanca, avvince, evoca nuove avventure e si perde nell'infinito.

Come si può commentare un'opera d'arte? Non lo so ma ci provo. Già è questa una risposta dinamica. Le muse dell'Arte sono tante ma l'Arte può essere solo musicata o descritta. Io non conosco la musica, trovo che la lingua sia lo strumento più idoneo per la trasmissione della cultura alle altre generazioni o più semplicemente agli altri. Ed allora ad ogni scritto, ad ogni sensazione evocabile, una traccia visiva imperfetta ne stimola i contenuti e avvince gli occhi nella visione introspettiva che diventa prospettica se sappiamo capirla.

Il fiore è statico anche se bello, l'elemento pittorico è la traduzione dell'emozione in parole che vibrano e facciano vibrare. Ad ogni pezzo seguente, ad ogni emozione empatica che questo sappia suscitare, un simbolo visivo imperfetto darà la sua traccia, il suo seme perché ne nasca una sensazione emozionale nuova e diversa che abbia le impronte di ciascuno che vedrà e leggerà.

La protagonista della n(m)ostra storia pittorica è Aziz che in arabo significa gemma preziosa e unica, la sua storia è la nostra, le sue emozioni si materializzano nelle tele di Giovanna Lentini e diventano le nostre.

Aldo Ferrara